I fondi italiani sono nati nel 1984 ed il loro sviluppo
nel corso di questi anni è stato veramente rapido.
Il patrimonio complessivo è arrivato a quota
503 milioni di euro (alla fine di settembre 2003), oltre
un milione di miliardi delle vecchie lire. Nella classifica
per nazioni occupiamo ormai stabilmente il quarto posto
dopo Stati Uniti (il gigante assoluto con 7000 miliardi
di dollari di patrimonio gestito), Francia e Giappone.
Il sistema italiano - ma il discorso vale anche per
i principali paesi dell'Europa continentale Francia,
Germania e Spagna - è però profondamente
diverso da quello anglosassone. Dalle nostre parti,
infatti, il mercato dell'asset management è controllato
dalle banche e dalle assicurazioni. Negli Stati Uniti
e Gran Bretagna, invece, le proporzioni sono molto diverse:
la quota di gestori e di venditori indipendenti (cioè
di fabbriche e di distributori slegati dalla matrice
bancaria o assicurativa) è decisamente alta.

Che cosa importa di questo diverso dna? Certamente il
fatto che fino ad ora, le famiglie italiane hanno comperato
essenzialmente i fondi della banca dove hanno il conto
corrente. Un recente studio di Morgan Stanley dice che,
nel 2002, l'81% dei fondi in Italia è stato venduto
allo sportello di qualche istituto di credito. Vero
è che il nostro paese è terra di conquista
per quasi tutte le società straniere di asset
management (a loro volta più o meno indipendenti)
che stringono accordi di distribuzione dei loro prodotti
con gli intermediari italiani. Ad oggi non sembra che
la possibilità di scelta per i fondisti d'Italia
sia davvero cresciuta. Sulla carta possono comperare
di tutto. Nella pratica la caccia ai fondi migliori
è difficile, perché le strutture in grado
di presentare al cliente un menu con il meglio di quello
che c'è sul mercato, e non solo con i piatti
pronti della casa, sono pochissime. E, spesso sono riservate
alla clientela vip che può permettersi i costosi
servizi di private banking. Insomma per ora siamo "liberi"
di comperare i fondi della nostra banca. L'ultima analisi
di Morgan Stanley sul mercato europeo degli asset manager
mette in luce quanto la performance non sia ancora un
fattore decisivo per spostare i flussi di investimento
nei paesi dove la struttura di raccolta è captive,
cioè denominata da intermediari che possiedono
anche le fabbriche dei fondi. In Francia, Itali e Spagna
infatti solo il 30-35% dei nuovi flussi va verso i fondi
che hanno ottenuto i migliori risultati. Mentre negli
Stati Uniti i leader di risultato si accaparrano il
97%. Come dire: dalle nostre parti i fondi si vendono
comunque, anche se non brillano. Negli Stati Uniti la
libertà di movimento è massima. E la gente
cerca il meglio. Certo che il sistema americano ha le
sue falle. Proprio in quest'autunno 2003, molti storici
gestori Usa sono finiti sul banco degli imputati con
l'accusa di aver violato le regole della democrazia
finanziaria che reggono il mondo del risparmio gestito,
favorendo alcuni clienti a danno degli altri con pratiche
più o meno lecite. Se quindi dalle nostre parti
i conflitti di interesse gestori controllati e banche
che controllano possono frenare la concorrenza, anche
in un sistema che gira diversamente i piccoli risparmiatori
non sono certo in una botte di ferro.

Ad ogni modo la strada, anche per il mercato europeo,
dovrebbe essere in prospettiva quella della vendita
diversificata dei prodotti che non siano necessariamente
della casa anche da parte delle banche che non possiedono
fabbriche di fondi.
I primi tentativi di gestioni multimanager (cioè
composti da fondi della casa e di prodotti selezionati
sul mercato aperto) hanno fatto tipicamente capolino
in questi anni. Certo sarà un processo lento,
ed è irrealistico prevedere una rivoluzione copernicana,
con i broker indipendenti ed i supermarket finanziari
che prendono il sopravvento.
Il nostro è e rimarrà un sistema dominato
dagli istituti di credito. C'è da sperare però
che l'offerta alla clientela migliori e si apra sempre
più ad una vera e proficua concorrenza.
"Investire
con sicurezza" di F. Barini, A. Drisiani, L.
Marconi, M. Marinelli, a cura di M. Fracaro.
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